LICENZIAMENTI: LE NUOVE MISURE ALLA LUCE DEL DECRETO RISTORI

E’ ormai noto che è un periodo propizio per l’attività del legislatore, tanto che la pioggia di decreti è sempre dietro l’angolo, ed è importante stare al passo.
A tal proposito, ad integrazione e aggiornamento dell’articolo pubblicato su Oltre magazine, occorre rilevare che a modificare il Decreto Legge n. 104 del 14.8.2020 (il cosiddetto “Decreto Agosto”) è intervenuto il Decreto Legge n. 137 del 28.10.2020 (cosiddetto “Decreto Ristori”), il quale, pur perpetuando il silenzio sui lavoratori interessati dai trattamenti di integrazione salariale, ha eliminato all’art. 12 la relazione tra la fruizione degli ammortizzatori sociali e la possibilità di disporre licenziamenti per ragioni economiche, che fa posto alla sommaria indicazione del termine del 31 gennaio 2021 quale limite di durata del divieto dei licenziamenti, valido per tutti a prescindere dall’accesso alle misure di sostegno al reddito altrimenti predisposte.

Al contrario, il precedente “Decreto Agosto”, di recente convertito in legge dalla L. n. 126/2020, consentiva a quei datori di lavoro che avessero usufruito di tutti i periodi di cassa integrazione concessi con causale Covid-19, nonché il successivo automatico esonero dagli obblighi contributivi, di procedere ai licenziamenti rendendo così il (precedente) termine del 31 dicembre 2020, in sostanza, un termine mobile.

Pur nell’attesa di ulteriori chiarimenti sul punto, nonché dalla futura legge di conversione, l’attuale “Decreto Ristori” sembra pertanto abrogare, tacitamente, quanto previsto dall’articolo 12 del Decreto Agosto e fissare – per il momento – un unico termine conclusivo per tutti (a prescindere da quali ammortizzatori sociali abbiano utilizzato), vale a dire il 31 gennaio 2021.

Senza quindi prevedere alcuna connessione con il periodo di “blocco dei licenziamenti”, il Decreto Ristori ha predisposto – ai sensi dell’articolo 12 comma 1 e 2 – la possibilità di richiedere ulteriori 6 settimane di cassa integrazione ordinaria per COVID-19, usufruibili tra il 16 novembre 2020 e il 31 gennaio 2021, da parte di quei datori di lavoro che abbiano già fatto ricorso sia alle 9 settimane di cassa integrazione ordinaria previste dal “Decreto Agosto” sia alle precedenti 9 introdotte con le antecedenti misure, nonché da parte dei datori di lavoro appartenenti ai settori interessati dalle misure restrittive del DPCM del 24 ottobre 2020.

Questo è lo stato dell’arte al momento, in attesa di prossimi sviluppi.
Stay tuned

LICENZIAMENTI: LE NUOVE MISURE ALLA LUCE DEL DECRETO AGOSTO

Che cosa prevede il nuovo Decreto Legge in materia di licenziamenti? Vediamo in questo articolo di chiarire i punti salienti.

Il Decreto Legge n. 104 del 14.8.2020 (il cosiddetto “Decreto Agosto”), in vigore dallo scorso 18 agosto, ha introdotto nuove misure al fine di arginare la crisi occupazionale conseguente all’epidemia di Covid-19, tutt’ora in corso.

L’intenzione del legislatore è quella di permettere alle aziende, che ne hanno la necessità – o meglio la possibilità – di tornare alla normalità in materia di interruzione dei rapporti di lavoro. Così le stesse non saranno interessate dalle nuove misure. Secondo l’art. 14 del Decreto Agosto, quelle che invece faranno ancora ricorso ai sostegni economici d’emergenza, come contropartita, non potranno avvalersi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo sino al 31 dicembre. Una proroga dai connotati politici, che non rassicura di fatto i lavoratori, in quanto la misura non sembrerebbe collegata a politiche occupazionali.

Ne parliamo oggi nell’articolo di OLTREMAGAZINE: https://www.oltremagazine.com/site/licenziamenti-decreto-agosto.html

SALONE GIUSTIZIA ROMA: LA CHIAVE PER LA RIPARTENZA

Salone Giustizia – Roma.

In occasione del Salone della Giustizia (https://www.salonegiustizia.it) che si celebra a Roma in questi giorni, ci hanno domandato quale è – a nostro modo di vedere – la chiave di ripartenza per sostenere le imprese nella fase post emergenza.

Ne è nata una piacevole chiacchierata con il giornalista Andrea Mazzoli del noto tabloid “GIUSTIZIA – il periodico dell’élite del diritto“.

Ecco l’articolo, già in edicola le scorse settimane in abbinamento alla stampa nazionale

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AlferoMerletti

IL CONTRATTO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

L’emergenza causata dal coronavirus ha avuto un importante impatto anche sui contratti in essere per quanto riguarda i pagamenti delle prestazioni oggetto del contratto stesso. La recente diffusione del Covid-19 sul territorio nazionale ha comportato l’incedere di timori individuali e collettivi, i quali hanno causato sentimenti di incertezza che, sovente, hanno paralizzato la circolazione economica frenandone la consueta evoluzione.

La pandemia ha avuto un notevole impatto non soltanto nel settore del diritto pubblico, ma anche nell’ambito dei rapporti di diritto privato. Non a caso, i decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri preordinati al contenimento dell’emergenza hanno inciso sull’operatività della stragrande maggioranza dei settori produttivi e di servizi, con sensibili ripercussioni in ambito negoziale.

Pertanto il legislatore ha “tentato”, tra l’altro, di regolare i profili inerenti i rapporti contrattuali. Il riferimento è il comma 6 bis, dell’art. 3, D.L. n. 6/2020, convertito con modificazioni nella Legge. n. 13/2020 (Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19), inserito dall’art. 91, comma 1, D.L. n. 18/2020 (Misure di potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19), a mente del quale: il rispetto delle misure di contenimento di cui al presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi pagamenti”.

Ma quale è la ratio della norma e che impatto ha avuto e avrà sui negozi giuridici? Per comprenderlo appieno occorre fare un passo indietro. Nel nostro ordinamento l’inadempimento rilevante in termini di risarcimento è solo quello colpevole. Secondo quanto dispone la norma emergenziale, si ritiene che il rispetto delle misure di contenimento della pandemia, quale evento contingente e straordinario, rientrerebbe in una sorta di “giustificazione” del relativo inadempimento. In parole povere si vuol dire che in questo frangente non ci sarebbe colpa e quindi non si può parlate di inadempimento.

Certamente, in concreto, la norma deve essere calata sulla singola prestazione oggetto del contratto (ossia sulla fornitura stessa) e si declina in funzione di variabili, quali la natura della prestazione, gli interessi coinvolti, la considerazione riconosciuta al coronavirus nell’ambito delle misure di contenimento, le specificità della fattispecie. Tutti elementi che contraddistinguono l’equilibrio del contratto.

In definitiva, la ratio dell’art. 3, comma 6 bis, sembrerebbe essere da un lato quella di evitare il risarcimento del danno da parte del debitore, dall’altro quella di non demolire i rapporti contrattuali entrati in crisi a causa della pandemia, in quanto la disposizione in parola nulla stabilisce in ordine alla liberazione del debitore.

Resta fermo il ruolo fondamentale degli operatori del diritto, magistratura compresa, nella valutazione del rispetto delle misure di contenimento, ai fini dell’accertamento della colpevolezza o meno dell’inadempimento. In un contesto così delineato, l’operatore giuridico è la figura che coadiuva le parti del contratto nella ricerca di soluzioni funzionali e costruttive a prevenire la lite, alla luce dell’attuale prospettiva emergenziale, o meglio post emergenziale .

Sulla scorta della capacità di prevedere le possibili conseguenze, relative ad una determinata questione giuridica, bisognerà ricercare, nell’interesse della parte, una equa rinegoziazione dei rapporti entrati in crisi. Fondamentale, infine, è e sarà contemperare i valori etici con quelli dell’autonomia privata, e di tale delicata operazione i giuristi dovranno essere garanti, ciascuno nelle proprie funzioni.

Pertanto, in assenza di rimedi testualmente previsti per tale ipotesi, qualsiasi sia la soluzione prescelta per il ripristino dell’equilibrio economico del contratto, l’auspicio è che costituisca la strada per la riconduzione ad equità del contratto.

AVV. ALICE MERLETTI & AVV. ELENA ALFERO

Articolo estratto da OLTRE MAGAZINE  http://www.oltremagazine.com/site/conseguenze-emergenza-covid-sui-contratti.html

Covid-19, riapriamo le porte delle sale travaglio ai papà

Nella giornata internazionale delle Ostetriche, le Ostetriche del Piemonte, lanciano una petizione online: “Covid-19, riapriamo le porte delle sale travaglio ai papà”.

La battaglia portata avanti dalle Ostretriche del Piemonte e dalle mamme in fase COVID coadiuvate dallo Studio Legale Alfero – Merletti ha un obiettivo: tutelare i diritti delle partorienti e dei neo papà.

http://chng.it/xNn7yNvdyY

FOOD DELIVERY e COSTITUZIONE

 

Mentre da una parte dell’Italia, i giuristi torinesi invocano il ripristino delle garanzie costituzionali con una lettera aperta al premier Conte, dall’altra parte si sollevano gli imprenditori della ristorazione eccependo questioni di incostituzionalità in un settore particolarmente colpito dalla situazione emergenziale.
Ebbene, la possibilità di svolgere la propria attività mediante “delivery” è stata la grande opportunità offerta in questo periodo alla ristorazione. In attesa della fine dell’emergenza e di nuove direttive da parte del Governo, ristoranti, bar, trattorie, fast-food, pertanto hanno potuto svolgere la propria attività attraverso la consegna a domicilio, seguendo le norme per il trattamento dei cibi e quelle in ambito di sicurezza e privacy, con le dovute precauzioni dettate anche dalla disciplina emergenziale.
Quindi si è lasciata sin da subito la possibilità che i ristoranti consegnassero a domicilio, anche mediante l’ausilio di apposite piattaforme per la consegna, come strumento che potesse, in parte, garantire una entrata ad uno dei settori maggiormente colpiti economicamente da questa pandemia.
Tuttavia, le disposizioni nazionali che si sono succedute in questi due mesi hanno lasciato ‘qualche spazio’ alla autonomia di alcune Regioni.
La Campania, in particolare, ha ritenuto di vietare il delivery, almeno sino al 22.4.2020, giorno in cui è stata adottata una delibera che, pur facoltizzando tale attività, impone disposizioni certamente molto più restrittive di quelle nazionali, al punto che, a detta di molti,  la riapertura in questa Regione sostanzialmente sarebbe antieconomica.
Un misura Costituzionalmente legittima? Probabilmente no.
L’escalation ostativa alle attività in delivery, come anche la parziale apertura tardiva e restrittiva rispetto a quella del resto del Paese, è sicuramente dettata da apprezzabili preoccupazioni sanitarie. Ciò non di meno la tecnica redazionale si espone a numerose critiche, anche sotto il profilo costituzionale di disparità di trattamento e limitazione della libertà imprenditoriale. Tutte censure mosse innanzi al TAR Campania con ricorso presentato da un noto imprenditore della zona. Allo stato si attende la pubblicazione del provvedimento adottato dal Collegio a seguito della Udienza in Camera di Consiglio, tenutasi pochi giorni fa (21.4.2020).
Tuttavia, nelle more, con la citata ordinanza 22.4.2020 n. 37, la Regione ha deciso una sostanziale modifica consentendo con limiti di orario precisi le attività e i servizi di ristorazione – fra cui pub, bar, gastronomie, ristoranti, pizzerie, gelaterie e pasticcerie – con la sola modalità di prenotazione telefonica ovvero on line e consegna a domicilio.
Su tale argomento, abbiamo domandato all’imprenditore Enrico Schettino, amministratore del gruppo Giappo, ristoratore presente principalmente nel Sud, ma anche in Piemonte nell’aeroporto di Caselle  (per un totale di 18 ristoranti sushi), di spiegarci cosa è accaduto nella Regione Campania prima dello sblocco del food delivery del 22.4.2020 e quali prospettive si stagliano all’orizzonte.

Il governatore della Campania ha detto NO al delivery.
Tutto chiuso: bar, ristoranti, pizzerie, pasticcerie. Nessuno ha potuto consegnare cibo a domicilio per quasi 2 mesi.

Perché, secondo Lei la Regione Campania ha vietato il Food Delivery sino al 22.4.2020?

Una scelta dettata dalla preoccupazione sulla salute pubblica. Un giusto fine, che si è scontrato con una diseguaglianza gestionale notevole.
Mentre supermercati e piccoli alimentari incrementavano le consegne a domicilio, la ristorazione restava esclusa.
I runner dei colossi del cibo a domicilio, quindi, hanno continuato a viaggiare: hanno solo cambiato punto d’origine.
Amazon ha continuato a consegnare. L’assurdo si è raggiunto a Pasqua: era possibile ordinare pastiere e specialità tipiche pasquali dalle altre regioni, ma non dalle aziende della propria terra.

Cosa ha indotto la Regione a modificare il proprio intendimento?
Combattendo per i nostri diritti e quelli delle aziende della nostra regione.
Il Governo non ha previsto distinzioni sul piano fiscale, a seconda delle regioni. Ha previsto prestiti, laddove servirebbero finanziamenti a fondo perduto.
La Regione Campania ha stanziato somme di 2.000,00 € per aziende che hanno un fatturato minore di 100 mila euro annui.
Nessun ristorante fattura una cifra così bassa, perché non starebbe in piedi.
Una disparità che ci ha svantaggiato rispetto a tutte le aziende d’Italia: mentre gli altri hanno continuato a fatturare, noi siamo rimasti chiusi.

Ritiene che l’apertura al delivery inciderà economicamente e, se si come, sul settore?
Facciamo delivery da 12 anni, è parte integrante del nostro business. Oggi che c’è l’esigenza di restare a casa, va incentivato il delivery perché è un servizio per la collettività.
Chiaramente servono supporti economici sul lungo periodo per garantire di evitare licenziamento e fallimenti, riducendo tasse, accordando crediti d’imposta ai proprietari sui canoni di locazione, prolungando la cassa integrazione in deroga.

Quali sono le prospettive del mondo ristorazione in fase post Covid?
Cadranno gli sprovveduti.
Diminuiranno i fatturati i ristoranti con molti posti a sedere.
Ne risentiranno molto quelli che offrono un’esperienza, oltre che buon cibo: parlo di stellati e ristoranti gourmet di alto profilo.
Il resto vivrà di take away e delivery per almeno 6 mesi: va considerata una riduzione del 50% tra decremento di posti a sedere ed aumento della richiesta delivery

SPID: la nuova identità digitale

SPID: emanate le linee guida per firmare i documenti online

In un mondo in cui il digitale sta coadiuvando ognuno di noi, specialmente in questo momento, ulteriori passi avanti sono stati fatti per rendere maggiormente semplice e sicuro la formulazione di istanze e richieste via web. È arrivato il sistema SPID.

Che cosa è lo SPID?

SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) è il sistema unico di accesso con identità digitale ai servizi online della pubblica amministrazione e dei privati aderenti nei rispettivi portali web, introdotto con il DPCM del 24 ottobre 2014, pubblicato sulla G.U. Serie Generale No285 del 9 dicembre 2014.

In cosa consiste?

Attraverso l’identità SPID – creata con username e password – i privati possono accedere e fruire dei vari servizi tramite computertablet e smartphone. La firma con SPID andrà ad affiancare la già nota firma elettronica qualificata che la gran parte di professionisti e operatori economici utilizzano da tempo.

Che valore ha la firma SPID?

La firma con SPID ha un valore giuridico equiparabile a tutti gli affetti alla firma autografa, dando la possibilità ai cittadini di sottoscrivere personalmente tutti gli atti, senza prescindere dal requisito della forma scritta.
Dove si possono trovare le indicazioni specifiche a riguardo?

A seguito di un’accurata consultazione svoltasi dal 21 novembre al 28 dicembre 2019, con un comunicato del 26 marzo 2020, l’AgID ha emanato le Linee Guida che consentono di firmare documenti online con SPID, in conformità all’art. 20 CAD.

L’obiettivo principale delle suddette Linee Guida è la completa digitalizzazione dei documenti.

Le nuove regole disciplinano le modalità con cui i fornitori di servizi online possono permettere agli utenti di sottoscrivere atti e contratti tramite la loro identità digitale.

La trasformazione digitale è semplificazione, ma anche opportunità nel campo legale: la Stampa, Top News, la nostra risposta.

L’era digitale, la rivoluzione, nuovi contratti, blockchain, qualche domanda rivolta anche alla nostra Alice Merletti, socia dello studio Alfero- Merletti

 

 

 

https://www.lastampa.it/topnews/economia-finanza/2019/12/14/news/blockchain-ecco-come-sta-arrivando-la-rivoluzione-dell-agroalimentare-1.38210130

Il Caso Cappato: la nostra intervista alla dott.ssa Cristina Vargas della Fondazione Fabretti

IL CASO CAPPATO: UNA SENTENZA STORICA

All’indomani dalla sentenza della Corte Costituzionale abbiamo intervistato Ana Cristina Vargas, Direttore scientifico della Fondazione Fabretti, per uno scambio di opinioni in merito.

Marco Cappato è stato protagonista il 25.9.2019 di una sentenza storica, come storico è stato il gesto di Marco Cappato. Il procedimento per cui è causa nasce da un atto di disobbedienza civile: Cappato si autodenuncia dopo aver portato in una clinica svizzera per morire DJ Fabo, l’amico oramai cieco ed immobilizzato. Lo fa appositamente per trascinare in una aula di Tribunale la questione affinché possa essere decisa, mettendo sotto accusa il sistema. E, tappa dopo tappa, la vicenda è arrivata fino al giudice delle leggi.

La sentenza della Corte Costituzionale sul “caso Cappato”

La Corte, per la verità, si era già espressa una volta, affermando che il legislatore sarebbe dovuto intervenire non solo sull’art. 580 c.p. quanto sulla legge 22.12.2017 n. 219 (cd. DAT) ovvero le dichiarazioni anticipate di trattamento, di recente adozione. Con ordinanza n. 207/2018 art. 580 c.p., ovvero la norma che sanziona l’istigazione o l’aiuto al suicidio, la Corte Costituzionale aveva rinviato al 24.9.2019 la loro decisione, per consentire “al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa, per la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 580 cod. penale…”
A seguito della ordinanza della Corte, tuttavia, né il Senato né la Camera sono giunti ad un testo di modifica della legge sulle DAT, al punto che la stessa Commissione alla Camera ha cristallizzato il fallimento dell’iniziativa politica acclarando che il potere legislativo avrebbe atteso la Corte Costituzionale prima di qualsivoglia intervento legislativo.

Di qui, la sentenza del 25.9.2019, che non dovrebbe lasciare ulteriori esiti al legislatore. La Corte Costituzionale ha infatti statuito che per le questioni sollevate dalla Corte d’Appello di Milano sull’art. 580 c.p. che riguardano l’istigazione o aiuto al suicidio “non è punibile a determinate condizioni chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. La Corte sottolinea chel’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili.
La Corte entra così a gamba tesa in un dibattito oramai annoso, richiamando il legislatore nell’intento di farlo intervenire prontamente sull’argomento. Nel contempo i Giudici forniscono una base di lavoro al Parlamento affinché vi sia la promulgazione di una legge ad hoc.

Intervista ad Ana Cristina Vargas, direttore scientifico Fondazione Fabretti

Con questo arresto giurisprudenziale si tocca un argomento sensibile, quello delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Argomento che coinvolge l’ambito dell’umano e le difficoltà  che la nostra società incontra di fronte al fine vita. Proprio per tale motivo abbiamo rivolto alcune domande alla dott.ssa Ana Cristina Vargas, antropologa e direttore scientifico della Fondazione Fabretti Onlus.

Cristina Vargas, che significato può avere questa sentenza all’interno del percorso che ha portato il legislatore sin qui?

Commentare una sentenza da ‘non giuristi’ è sempre molto complicato, quindi vorrei precisare che affronto il tema da una prospettiva antropologica e sociale. Mi sembra importante sottolineare che questa sentenza si inserisce in un processo più ampio di ripensamento del concetto di autodeterminazione del malato, che si sta concretizzando in una maggiore tutela della libertà di scelta rispetto al proprio corpo e alla propria salute. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di paradigma nell’approccio al fine vita. Fino a tempi molto recenti era infatti frequente che il malato terminale fosse tenuto all’oscuro delle proprie condizioni lasciando le decisioni ai medici e ai familiari. La fatica nell’accettare la morte spingeva, inoltre, a ‘fare tutto il possibile’ per salvare il malato, anche quando le terapie erano ormai inutili e implicavano sofferenze maggiori dei benefici. Questi problemi in parte persistono ancora oggi, tuttavia, grazie al movimento delle cure palliative e al lavoro di associazioni impegnate nel campo, sta maturando gradualmente un nuovo modo di intendere l’accompagnamento alla fine, che pone al centro l’informazione, la consapevolezza e la possibilità di decidere autonomamente come concludere il proprio percorso di vita”.

Cosa ne pensa di questa sentenza della Corte Costituzionale?

La sentenza sottolinea l’importanza della libertà di scelta, perno intorno al quale sembra articolarsi la decisione della Corte Costituzionale. In attesa della pubblicazione delle motivazioni, possiamo fare riferimento all’ordinanza 207 del 2018 in cui la Corte aveva messo chiaramente in luce che, come da tempo affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non esiste un vero e proprio ‘diritto a morire’, ma esistono situazioni (inimmaginabili ai tempi in cui la norma che disciplina l’istigazione o l’aiuto al suicidio fu redatta) in cui una persona capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetta da una patologia irreversibile che provoca sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, non può porre fine alla propria vita in forma autonoma. L’assistenza medica al suicidio, in questi casi, rappresenta l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto.Benché ancora problematico nella pratica, il diritto a rifiutare trattamenti sanitari, anche indispensabili per la sopravvivenza, è sancito dall’art. 32 della Costituzione ed è ribadito chiaramente dalla legge n. 219 del 2017. La sentenza della Corte Costituzionale rappresenta, in molti sensi, un’estensione del diritto all’autodeterminazione nelle situazioni in cui questo non può essere esercitato, in presenza delle condizioni che abbiamo già avuto modo di menzionare.Infine, può sembrare banale, ma mi sembra importante ricordare che la libertà di scegliere, per essere tale, deve includere la libertà di rifiutare di sottoporsi a una certa pratica o di eseguirla. Il riconoscimento, a precise condizioni, della possibilità di ricorrere al suicidio medicalmente assistito non dovrebbe imporre alcun obbligo a chi ne è contrario”.

Ritiene che la legislazione sulla dichiarazione anticipata di trattamento sia sentita come una esigenza dalla popolazione italiana?

I cittadini hanno dimostrato di essere favorevoli a tale scelta, ma al momento attuale regna una grande confusione. La Fondazione Fabretti, in collaborazione con SOCREM Torino, ha dato vita alla fine del 2018 a uno sportello informativo gratuito, aperto a tutta la cittadinanza, per rispondere ad eventuali domande, dubbi e perplessità. L’iniziativa è stata pubblicizzata esclusivamente attraverso i nostri canali ‘interni’ (come la newsletter e i social network), eppure abbiamo ricevuto numerose richieste. Credo, quindi, che le persone abbiano bisogno di capire meglio gli strumenti che la legge oggi mette a disposizione per poterli usare con consapevolezza. Ritengo fondamentale anche una maggiore conoscenza fra medici e gli operatori sanitari di strumenti come le DAT e la loro pianificazione, che, a distanza di quasi due anni, sono ancora sottoutilizzati e guardati con una certa diffidenza”.

Qual è quindi la conquista di questo 25.9.2019?

A mio parere si tratta di un primo passo importante nella tutela della libertà di scelta, ma è anche un intervento circoscritto, che lascia molte questioni insolute.Sarà indispensabile un intervento del legislatore che tenga conto di una serie di domande aperte, che vanno affrontate in modo sistematico. Con quali modalità si potrà attuare l’assistenza medica al suicidio? Chi avrà il compito di farlo? Con quali procedure si accerterà la sussistenza delle condizioni previste dalla sentenza? Quale il ruolo del Sistema Sanitario Nazionale? Ci sono casi che non rientrano nelle tipologie finora previste a cui potrebbe essere estesa la possibilità di ricevere un’assistenza al suicidio senza incorrere in rischi di abuso nei confronti di persone particolarmente  vulnerabili. Credo che uno dei grandi meriti di questa sentenza sia anche quello di aver messo al centro della scena un dibattito ormai improrogabile, che più volte si è arenato nell’iter parlamentare”.

La Corte ha richiamato la legge sulle DAT, affermando che non sia punibile ai sensi dell’art. 580 c.p. un soggetto là dove siano rispettate le modalità previste dalla normativa sul consenso informato. Sul punto, cosa ne pensa?

A mio parere è importante distinguere fra la Legge 219/17, che riguarda le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), e la sentenza della Corte costituzionale che, sebbene richiami questa legge, non interviene per modificarla. Il richiamo alla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua mi sembra fondamentale, perché mette in luce la necessità di essere adeguatamente informati e consapevoli prima di ricorrere a misure estreme. È infatti essenziale che una persona in condizioni di sofferenza sappia che la legge garantisce il diritto alla terapia del dolore e alle cure palliative, che contribuiscono concretamente a migliorare la qualità della vita di chi si avvicina alla morte, e che si può fare ricorso alla sedazione profonda continua durante le ultime fasi“.

A legislazione invariata cosa ritiene importante sottolineare di questa normativa attualmente in vigore?

Credo che sia necessario aprire un dibattito pubblico di ampio respiro perché si tratta di un tema che non riguarda solo i medici e il legislatore, ma tutta la società”.

AVV. ALICE MERLETTI & AVV. ELENA ALFERO

MODELLO ORGANIZZATIVO 231: PERCHÉ È IMPORTANTE PER LA TUA IMPRESA? Una breve ma esauriente disamina del “Modello organizzativo 231” e dei vantaggi per una azienda, anche di piccole dimensioni, che intenda adottarlo.

Tra andare esenti da responsabilità penale, rendere più efficiente il proprio sistema aziendale e conseguire punti di premialità, adottare un cosiddetto “Modello Organizzativo 231Continua a leggere