LICENZIAMENTI: LE NUOVE MISURE ALLA LUCE DEL DECRETO AGOSTO

Che cosa prevede il nuovo Decreto Legge in materia di licenziamenti? Vediamo in questo articolo di chiarire i punti salienti.

Il Decreto Legge n. 104 del 14.8.2020 (il cosiddetto “Decreto Agosto”), in vigore dallo scorso 18 agosto, ha introdotto nuove misure al fine di arginare la crisi occupazionale conseguente all’epidemia di Covid-19, tutt’ora in corso.

L’intenzione del legislatore è quella di permettere alle aziende, che ne hanno la necessità – o meglio la possibilità – di tornare alla normalità in materia di interruzione dei rapporti di lavoro. Così le stesse non saranno interessate dalle nuove misure. Secondo l’art. 14 del Decreto Agosto, quelle che invece faranno ancora ricorso ai sostegni economici d’emergenza, come contropartita, non potranno avvalersi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo sino al 31 dicembre. Una proroga dai connotati politici, che non rassicura di fatto i lavoratori, in quanto la misura non sembrerebbe collegata a politiche occupazionali.

Ne parliamo oggi nell’articolo di OLTREMAGAZINE: https://www.oltremagazine.com/site/licenziamenti-decreto-agosto.html

Coronavirus: l’emergenza rende ultrattivo il tuo titolo edilizio.

Tra i molti ambiti nei quali è intervenuta la normativa emergenziale emanata per contrastare la pandemia di Covid-19 vi è quello dell’edilizia.

1. Il secondo comma dell’art. 103 d.l. 17.3.2020 n. 18 (cosiddetto decreto “Cura Italia”) – così come introdotto dalla legge di conversione 24.4.2020 n. 27 e modificato dall’art. 81, co. 1, d.l. 19.5.2020 n. 34 – prevede che: “Tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati, compresi i termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui all’articolo 15 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, in scadenza tra il 31 gennaio 2020 e il 31 luglio 2020, conservano la loro validità per i novanta giorni successivi alla dichiarazione di cessazione dello stato di emergenza, ad eccezione dei documenti unici di regolarità contributiva in scadenza tra il 31 gennaio 2020 ed il 15 aprile 2020, che conservano validità sino al 15 giugno 2020. La disposizione di cui al periodo precedente si applica anche alle segnalazioni certificate di inizio attività, alle segnalazioni certificate di agibilità, nonché alle autorizzazioni paesaggistiche e alle autorizzazioni ambientali comunque denominate. Il medesimo termine si applica anche al ritiro dei titoli abilitativi edilizi comunque denominati rilasciati fino alla dichiarazione di cessazione dello stato di emergenza”.
È allora da trattare la portata applicativa della disposizione e sono da evidenziare alcune criticità.
2. La norma, per far fronte alla situazione di “blocco” dei lavori edilizi assentiti nel periodo di lockdown, ha espressamente sancito che la validità (rectuis l’efficacia) dei titoli abilitativi rilasciati, pur se non ancora ritirati, in scadenza nel periodo compreso tra il 31 gennaio e il 31 luglio permane fino a novanta giorni dopo il termine di cessazione dello stato emergenziale (che ad oggi è proprio il 31 luglio, pertanto con efficacia dei titoli prorogata sino al 29 ottobre 2020).

L’art. 103, co. 2, del decreto “Cura Italia” nel riferirsi a tutti gli “atti abilitativi comunque denominati” intende i provvedimenti sulla base dei quali è possibile procedere alla materiale esecuzione dell’intervento edilizio, i cui termini di efficacia (e tempi di realizzazione) sono stati negativamente incisi dalle limitazioni imposte per il contenimento della pandemia.
La disposizione, oltre a richiamare la proroga dei termini decadenziali di avvio e di ultimazione dei lavori sanciti dall’art. 15 d.p.r. n. 380/2001, ha espressamente stabilito la sua applicabilità a tutti i provvedimenti autorizzativi, compresi quelli prodromici al rilascio dei permessi di costruire (si pensi alle autorizzazioni paesaggistiche o ambientali), così come alle segnalazioni certificate di inizio attività che, seppur prive di natura provvedimentale, legittimano l’esecuzione di talune tipologie di opere.
3. Un primo aspetto da segnalare attiene al fatto che il decreto “Cura Italia” non ha previsto la sospensione della decorrenza dei termini di scadenza dei titoli abilitativi, bensì la loro proroga ove tale scadenza cada tra il 31.1.2020 e il 31.7.2020.
Ebbene, questa previsione pregiudica inevitabilmente la posizione dei titolari di atti abilitativi la cui scadenza intervenga dopo la fine del periodo emergenziale anche se in un momento di poco successivo (può ipotizzarsi il caso del termine fissato dal permesso di costruire per l’inizio o la fine dei lavori in scadenza al 1.8.2020).
In tali situazioni, nonostante i ritardi dovuti alle misure emergenziali comunque limitanti le modalità di espletamento dei lavori edili eseguibili, non è prospettabile alcun prolungamento dell’efficacia dei titoli abilitativi.
È auspicabile al riguardo una riflessione del legislatore in ordine alla tutela di tali posizioni attualmente disciplinate in modo deteriore rispetto a quelle riferite agli atti autorizzativi che scadano entro il 31.7.2020.
Come detto, una ragionevole soluzione sarebbe quella di prevedere che il decorso dei termini di scadenza di tutti i titoli abilitativi sia sospeso per un determinato periodo, così da fornire eguale tutela a posizioni oggettivamente similari.
4. Si pongono poi alcune questioni in riferimento ai termini di avvio e di ultimazione dei lavori di cui all’art. 15 del testo unico dell’edilizia rispettivamente di un anno e tre anni, salva indicazione di un termine minore nel permesso di costruire.
In primo luogo, occorre ricordare che la legislazione regionale può intervenire in tale materia, cosicché eventuali norme dettate dalle regioni sono da prendere in considerazione per stabilire l’effettiva operatività della disposizione emergenziale.
Particolare attenzione è da riservare anche ai casi in cui il permesso di costruire si formi con il silenzio assenso dell’Amministrazione – art. 20, co. 8, d.p.r. n. 380/2001 –, fattispecie alla quale deve comunque applicarsi la norma con necessità dell’esatta determinazione del momento in cui il titolo abilitativo tacito si è perfezionato.
Inoltre, l’art. 15, co. 2, d.p.r. n. 380/2001 prevede talune ipotesi di proroga dei termini di avvio e di ultimazione dei lavori – ad esempio per fatti sopravvenuti non imputabili al titolare del permesso –, proroga che però deve essere richiesta dall’interessato. L’art. 103, co. 2, del decreto “Cura Italia” introduce invece una proroga automatica ex lege dell’efficacia dei titoli edilizi, considerato il dato letterale della norma – i titoli in scadenza “conservano la loro validità” – e vista anche la sua ratio, volta a limitare gli effetti pregiudizievoli conseguenti ai blocchi imposti alle attività di cantiere attraverso uno strumento eccezionale e diverso da quelli già esistenti (si vedano appunto le fattispecie di proroga indicate all’art. 15, co. 2, t.u. edilizia). Tuttavia, nulla vieta la possibilità di richiedere un provvedimento espresso di proroga basato su tale disposizione, così da escludere ogni dubbio interpretativo.
È poi da tenere ben presente che la proroga di efficacia dei titoli edilizi di cui si tratta non esclude l’operatività di possibili cause di decadenza del provvedimento normativamente previste. Si pensi, ad esempio, all’entrata in vigore di contrastanti previsioni urbanistiche che, secondo l’art. 15, co. 4, d.p.r. n. 380/2001, comporta la decadenza del permesso di costruire salvo che i lavori siano già avviati e vengano completati entro il termine triennale dalla data del loro inizio.
5. In conclusione, l’art. 103, co. 2, del decreto “Cura Italia” ha certamente il pregio di intervenire a tutela dei proprietari degli immobili oggetto di interventi edilizi e delle imprese operanti nel settore edile per attenuare i pregiudizi conseguiti alla forzata inattività causata dalle misure emergenziali.
Ma la norma, oltre a poter essere rimeditata per fornire adeguata tutela a tutti i soggetti toccati da tali misure, non può prescindere dalle altre molteplici fonti che disciplinano la validità e l’efficacia dei pertinenti titoli abilitativi, che debbono essere specificamente valutate.

 

Avv. Alberto Cerutti

 

il consulente di Edilizia ed Urbanistica per il nostro studio 

 

La cremazione in Europa: diamo qualche dato….o forse no? – ecco il nostro nuovo articolo su “Oltre Magazine”

LA CREMAZIONE IN EUROPA

Dai dati riportati nella pubblicazione “Pharos International”, risulta che la cremazione in Europa si sviluppa con un andamento a macchia di leopardo.

A livello europeo esistono profonde differenze tra i singoli Stati per quanto riguarda la cremazione. Naturalmente il diverso approccio etico-religioso al rito ha influenzato, anche ed inevitabilmente, quello legislativo. Invero, se da un lato sussiste un panorama normativo europeo che solo in parte si occupa degli aspetti della cremazione, dall’altra le singole discipline nazionali incidono in modo diretto sullo sviluppo dell’attività cremazionista stessa, aumentando il bacino di riferimento o, in alcuni casi, restringendolo.

La suddetta difformità anche autorizzativa, nonché lo stato della tecnica degli impianti stessi, condizionano la capacità di espansione del mercato.

Gli impianti di cremazione

Un esempio eclatante delle differenze che si possono riscontrare è rappresentato dalla regolamentazione specifica sugli impianti di filtrazione. In nazioni come il Portogallo, la Spagna, la Polonia, e in generale i Paesi dell’Est sino ad arrivare alla Finlandia, dove sono in vigore leggi meno restrittive collegate alle norme tecniche definitorie delle caratteristiche degli strumenti di filtrazione, l’investimento dell’operatore economico si rivela inferiore della metà rispetto ad altri Paesi europei.

Un altro aspetto è certamente collegato alla committenza e cioè alla natura, pubblica o privata, di colui che può “acquistare” un impianto crematorio e gestirlo. In Stati come la Spagna o la Francia, in cui è possibile per i privati costruire impianti crematori al di fuori dei cimiteri in ambito di libero mercato, il numero di crematori è decisamente superiore rispetto alla media europea. Questi impianti a gestione privata sono per la maggior parte collocati nell’ambito delle case funerarie.

Panorama completamente diverso, lo si riscontra in zone, quali quelle italiane, in cui la cremazione e i relativi impianti possono essere costruiti – almeno sino a che non venga modificata la attuale normativa – solo all’interno dell’area cimiteriale, con committenza strettamente pubblica, seppur con l’applicazione di norme relativamente nuove quale quella del Project Financing. Di qui, l’unica possibilità per vendere o gestire un impianto crematorio passerà da una procedura di evidenza pubblica.

Ciò premesso, non sempre è facile riuscire ad offrire una fotografia corretta dei dati relativi agli impianti crematori a coloro che li costruiscono e alle conseguenti percentuali di cremazione realmente esistenti sul territorio europeo. In Europa, i players principali del settore che si contendono questo tipo di mercato a livello globale si contano tutto sommato sulle dita di una mano; accanto a questi si annoverano poi alcuni “piccoli costruttori” che operano esclusivamente su mercati locali.

Quanto al resto dei dati, non sempre si hanno delle certezze, in quanto non ci sono regole unitarie sulla raccolta dei dati statistici; infatti, relativamente al numero dei crematori, a volte viene fornita la quantità delle singole linee: se, ad esempio, in un tempio crematorio vi sono due forni, o un forno con due filtri, nella raccolta di dati da inserire nelle statistiche, alcuni contano due impianti, altri uno.
Ecco la ragione per la quale può capitare, esaminando articoli di settore, di imbattersi in numeri divergenti.

I numeri delle cremazioni

Anche per quanto riguarda la diffusione delle cremazioni, si percepiscono a volte dati sfalsati. In alcune nazioni, infatti, il numero delle salme cremate viene reso solo con riferimento alle città capoluogo e/o ai grandi centri (Paesi dell’est), in quanto non vi è un dato aggregato per tutto il territorio, oppure può capitare che vengano conteggiati anche resti mortali e mineralizzati, sovradimensionando in questo caso il dato stesso.
Ciò che, tuttavia, ricorre nelle analisi degli ultimi dieci anni su tutta Europa è che la percentuale di cremazione è molto più alta nei grandi centri e nelle zone più industrializzate, rispetto alle zone rurali.

Prendendo ad esempio il nostro Paese, si rileva come il tasso di cremazione continui a crescere, anche se il divario rimane considerevole rispetto alla Germania o alla Francia o alla Spagna, come si vedrà più avanti. In ogni caso, si può riscontrare come nelle regioni centrali della Penisola il tasso di cremazione si attesti sulla media nazionale, mentre nel nord si ritiene stia decisamente superando più del 30%, con picchi in Lombardia dove si registra una più alta presenza di impianti crematori rispetto ad altre aree del Paese. Insomma, ciò è dovuto soprattutto al fatto che la maggior parte dei templi crematori si trova proprio nella parte settentrionale del Paese.

Anche i nostri “vicini” francesi riscontrano la medesima distribuzione degli impianti, nonché tassi di cremazione maggiori nelle grandi metropoli. L’Association Française d’information Funéraire, invero, segnala che entro il 2030 le cremazioni rappresenteranno più del 50% dei funerali in Francia. Tale dato tuttavia fa riferimento alla percentuale delle cremazioni sui grandi centri abitati.
Attualmente, in Francia il numero di cremazioni nelle grandi città sfiora il 40%, una media più alta rispetto ai villages.

Non solo. Anche PANACEF, l’associazione nazionale dei servizi funebri spagnola, garantisce che le famiglie spagnole optino sempre più per il servizio di cremazione al momento di decidere il destino di una persona cara e calcola che la percentuale delle cremazioni supererà il 70% dei decessi nei prossimi dieci anni. La Spagna è in ambito europeo, con l’Inghilterra, il paese leader nel campo della cremazione, anche grazie – come accennato – a una disciplina che consente ai privati di poter aprire impianti crematori al di fuori della cinta cimiteriale, nelle cosiddette  funeral homes.Si pensi che la percentuale di cremazioni nelle aree metropolitane, come ad esempio Barcellona, è superiore al 50%.

In conclusione, si può rilevare che pur orientandosi significativamente sempre più verso la cremazione, il cammino di unificazione dell’Europa in tal senso appare ancora in parte incompiutoin ragione della mancata armonizzazione delle normative sia in ambito cimiteriale che ambientale, (attualmente si potrebbe dire diffuse a macchia di leopardo) di una razionale e capillare distribuzione degli impianti, nonché infine di una più generale visione di insieme del “sistema-cremazione” e dei relativi servizi correlati.

(Dati forniti da Pharos International – The Official  Journal of the Cremation Society of Great Britain, Winter 2018)

AVV. ALICE MERLETTI & AVV. ELENA ALFERO

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Studio Legale Alfero Merletti

Professione avvocato

Giovane avvocato torinese, laureata in giurisprudenza con lode presso l’Università degli Studi di Torino e specializzatasi in diritto civile, amministrativo e penale all’Università Cattolica di Milano, Alice Merletti è oggi titolare con la collega, avv. Elena Alfero, di un apprezzato studio legale di Torino. Una struttura dinamica e, come ama definire, “leggera” in grado di garantire le competenze delle storiche realtà che in città vantano una lunga tradizione, con un approccio più snello che consente agli assistiti di essere seguiti con puntualità e con un minor aggravio di costi.

 

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